Comunicati — 22 marzo 2016

A nome dell’Italia porgo il mio cordoglio più fraterno a Charles Michel, primo ministro belga, al suo governo, al popolo belga, per il terribile attentato di questa mattina. I nostri Paesi sono uniti da un rapporto storico di profonda amicizia. Le lacrime di oggi ci rendono – se possibile – ancora più vicini. I terroristi hanno colpito i luoghi della vita di tutti i giorni, seguendo un copione triste che ormai ha già segnato più volte vicende di questo genere: teatri, ristoranti, chiese, sinagoghe, università, stadi, musei, scuole. I luoghi della vita di tutti i giorni. Oggi sono piombati nel terrore gli innocenti frequentatori di una metropolitana e di un aeroporto.

attentato bruxelles

Ci stringiamo innanzitutto intorno alle famiglie delle vittime. Al loro dolore che oggi ha avuto inizio e non avrà mai fine.
Siamo vicini ai feriti, le istituzioni italiane sono impegnate in questo momento a verificare la situazione dei nostri connazionali che sono stati feriti.

Oggi i terroristi hanno colpito Bruxelles. Non ci sfugge il significato simbolico di questo attacco.
Gli attentati si sono verificati a qualche centinaio di metri dal luogo in cui si riuniscono i capi di Stato e di Governo, a qualche centinaio di metri dalle sedi delle istituzioni europee. Dunque hanno colpito il Belgio, ma hanno colpito anche la capitale dell’Unione Europea.

È arrivato il momento di dire con molta chiarezza e senza giri di parole, che se gli attentatori venivano – verosimilmente – dagli stessi luoghi che oggi sono colpiti, ciò significa che la minaccia è globale, ma che i killer sono anche killer locali.
Il nemico non è soltanto quello fuori da noi, quello lontano. Il nemico si nasconde anche nel cuore delle città europee nelle periferie di alcune nostre capitali. Il nemico vive protetto in certe zone urbane da un atteggiamento di omertà. Occorre dunque un progetto di sicurezza senza tregua, ma anche un progetto culturale, sociale, politico.
È giusto tenere alta l’attenzione per le minacce esterne e fare tutto ciò che è doveroso per difendere i nostri confini. Ma è anche doveroso evidenziare come l’Europa possa e debba fare di più anche a livello interno, anche dentro le nostre frontiere per difendere la vita dei nostri connazionali, dei nostri connazionali europei.
Dunque l’Europa può e deve fare di più anche a livello interno. Questo non è il momento delle reazioni impulsive, questo è il momento della calma.

La rabbia serve. Manterremo tutta la rabbia necessaria per una reazione che diventi progetto. Il disgusto per ciò che è avvenuto deve portarci ad avere una strategia lucida e razionale che affronti e distrugga l’estremismo islamico e la sua folle scia di morte. L’obiettivo non può essere altro che questo.
Ma allo stesso tempo sappiamo che servirà tempo, sappiamo che serviranno mesi e forse anni. Sappiamo anche che li sconfiggeremo, ma sappiamo che avremo bisogno di tutto il nostro coraggio, di tutta la nostra intelligenza, di tutta la nostra energia.

Chi oggi promette soluzioni miracolistiche non si rende conto di quanto sarà lunga e difficile questa storia, non si rende conto della sua superficialità. Chi vi illude urlando chiudiamo le frontiere non sa di cosa parla: i nostri nemici sono già nelle nostre città. Chi oggi fa polemica, non si rende conto che le italiane e gli italiani come pure tutti nostri concittadini europei hanno il diritto e direi pure l’esigenza di sentirsi parte di un’unica comunità. Di sentire le istituzioni politiche unite tutte insieme, in attacchi come questi, non c’è un colore politico o partitico da difendere, c’è un paese da sostenere.

Non è il tempo degli sciacalli. Ma non è neanche il tempo delle colombe.

Ci vuole un patto europeo, un patto per la libertà e la sicurezza. I terroristi puntano a toglierci la libertà perché sanno che la libertà è ciò costituisce il marchio di fabbrica dell’Europa. Vada fino in fondo, allora, stavolta, l’Unione Europea. Occorre investire in una struttura unitaria di sicurezza e difesa. Unitaria. È dal 1954 che l’Europa discute e litiga sulla difesa comune. I Servizi segreti lavorino di più insieme. E meglio insieme, con una collaborazione costante, puntuale, continua.

L’Italia ha un’esperienza, ahimè, da offrire. Le forze dell’ordine italiane, le forze di intelligence italiane, le forze militari italiane hanno dovuto affrontare, nel corso degli ultimi decenni, situazioni di emergenza terribili. Dalla mafia, al terrorismo, al brigatismo. Siamo totalmente a disposizione delle istituzioni europee per lavorare insieme ad un progetto organico.
Ma nello stesso momento investiamo – come abbiamo proposto da tempo e torniamo a fare qui – altrettante risorse di quelle che mettiamo sulla sicurezza, nella cura delle nostre periferie, nella bonifica degli spazi anonimi dei sobborghi urbani delle capitali europee, nella creazione di scuole e di luoghi di socialità, nel presidio del territorio. Si presidia con i militari, ma si deve presidiare anche con i maestri elementari. Va fatto con le forze di polizia, ma va fatto anche con le forze del sociale se vogliamo recuperare almeno la prossima generazione.

Voglio dire ai concittadini italiani, che da presidente del consiglio – e anche da padre – avverto la stessa inquietudine che sentite voi. Gli stessi brividi di preoccupazione pensando ai nostri ragazzi, ai nostri figli.
Ma da presidente del consiglio – e anche da padre – so che noi non gliela daremo vinta. So che la possibilità di reazione è un dovere. Lo dobbiamo innanzitutto alle vittime di questo attacco. Alla loro memoria. Alle loro famiglie. Ma lo dobbiamo anche a noi stessi. A noi italiani.

Fatemi rivolgere agli anziani. A quelli che hanno l’età delle mie nonne. Voi avete sconfitto il nazismo, voi avete superato la guerra.
Fatemi parlare a quelli della generazione di mio padre e di mia madre, voi avete avuto la prova del terrorismo, del brigatismo. Durante le vostre lezioni all’Università si sparava.
Fatemi parlare a quelli che hanno la mia età, a quelli che come alcuni di noi hanno fatto Giurisprudenza perché un magistrato, più di uno, saltava in aria andando a trovare la madre o tornando a casa dall’aeroporto. Noi abbiamo visto il sacrificio di martiri, ma abbiamo visto che la mafia è stata piegata.
Dunque i nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo, i genitori hanno sconfitto il terrorismo e il brigatismo, i nostri fratelli più grandi hanno visto piegata la mafia.

Noi abbiamo una sfida nuova, inedita per alcuni aspetti. Una sfida che è tipica del nostro tempo ma che non è un elemento originale per l’Italia e gli italiani, ci siamo già passati. Non era la minaccia dell’estremismo islamico, aveva un altro nome e altre modalità, ma è comunque una minaccia che l’Italia ha saputo sconfiggere. Allora come l’Italia ha saputo mostrare la propria capacità di resistenza alla mafia e al terrorismo interno, così l’Europa sconfiggerà l’estremismo jihadista.
Sarà così, potremo tornare ad essere non soltanto capaci di vivere in libertà ma anche di non rinunciare all’identità più profonda. Perché, se è vero che non dobbiamo sottovalutare niente, se è vero che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sarà sempre più forte l’azione a livello europeo e italiano per combattere la minaccia dell’estremismo jihadista, è altrettanto vero che non potremo mai rinunciare alla libertà di ciò che siamo. Se siamo italiani, se siamo europei, è perché abbiamo dei valori ai quali non intendiamo rinunciare.

Viva il Belgio, viva l’Italia, viva la libertà!

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